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NEXTHORIZONESPLORANDO NUOVE FRONTIERE DELL’INNOVAZIONE

In collaborazione con 012factory Spa Società Benefit, incubatore certificato dal Mimit e B Corp

L'anno della convergenza: come l'AI e la nuova economia stanno ridisegnando il 2026

L’inizio del 2026 segna un punto di svolta nella storia moderna, delineando un panorama globale dove la tecnologia non è più un settore a sé stante, ma il tessuto connettivo di ogni attività umana. Il macroargomento che emerge con forza è la transizione verso una “fisicità intelligente”: se l’ultimo ventennio è stato dominato dalla smaterializzazione digitale e dal trionfo dei file impalpabili, oggi si assiste al ritorno della materia, potenziata però da algoritmi e silicio proprietario.

Dalle fattorie hi-tech della California ai robot umanoidi italiani presentati al CES di Las Vegas, l’innovazione ha abbandonato gli schermi per entrare nelle fabbriche, negli ospedali e persino nelle strutture antisismiche degli edifici. Questa nuova era, se da un lato promette efficienze straordinarie e soluzioni a sfide secolari come il cambiamento climatico, dall’altro impone una riflessione profonda sui modelli di business, sulla geopolitica delle risorse e sulla tenuta del mercato del lavoro.

 

La geopolitica dell’energia e il silicio come nuova valuta

Il 2025 è stato ufficialmente l’anno del sorpasso storico: per la prima volta, l’energia solare ha superato il carbone nella produzione elettrica globale. Questa metamorfosi energetica sta ridisegnando gli equilibri di potere, con la Cina che detiene una posizione quasi di monopolio, producendo l’80% dei pannelli solari mondiali.

Mentre gli Stati Uniti tentano una controtendenza politica elogiando il carbone, il mercato risponde con una corsa forsennata verso il “silicio proprietario”. I giganti del tech come Amazon, Google e Meta stanno investendo centinaia di miliardi di dollari per produrre chip custom, cercando di ridurre la dipendenza da Nvidia, e il suo dominio assoluto inizia a mostrare i tratti di una possibile bolla finanziaria. Parallelamente, la geopolitica del greggio vive un paradosso: il Venezuela, pur avendo le riserve più grandi al mondo, resta ai margini a causa dell’instabilità politica, mentre l’offerta globale di petrolio cresce tre volte più velocemente della domanda, stabilizzando i prezzi nonostante le tensioni internazionali.

 

L’Intelligenza Artificiale “fisica” e la Rivoluzione della robotica

Il 2026 si profila come l’anno della verità per l’Intelligenza Artificiale, che evolve da puro software ad agente autonomo capace di interagire con il mondo reale. Nvidia stessa, attraverso il CEO Jensen Huang, ha lanciato il concetto di Physical AI, portando l’intelligenza nei veicoli che “ragionano” e nei robot umanoidi. In questo scenario, l’Italia brilla con eccellenze come Generative Bionics e Oversonic Robotics, che hanno portato al CES di Las Vegas soluzioni bioniche per l’industria pesante e la sanità. Anche settori tradizionali come l’agricoltura e l’edilizia vengono travolti: negli USA, le vacche indossano collari biometrici per le diagnosi precoci, mentre startup italiane come Isaac utilizzano sensori intelligenti per neutralizzare i terremoti direttamente dai tetti dei palazzi. Non è solo spettacolo. L’AI sta diventando un “collaboratore esperto” che aiuta a contrastare la carenza di manodopera e l’inflazione, ottimizzando ogni processo produttivo.

 

Il paradosso del lavoro e la Second hand economy

Nonostante l’avanzata della robotica, il mercato del lavoro mostra dinamiche inaspettate. Uno studio della BCE rivela che a cambiare impiego non sono i profili più qualificati, ma i lavoratori meno specializzati in cerca di condizioni migliori, mentre l’invecchiamento demografico rischia di congelare la mobilità sociale, specialmente in Italia. In questo contesto di incertezza, emerge con forza la second hand economy: un mercato che in Italia vale già 27 miliardi di euro (1,2% del PIL). Ciò che era nato come necessità economica si è trasformato in una scelta etica ed estetica, con il settore dell’abbigliamento usato che diventerà un business globale da oltre 360 miliardi entro il 2029. È il segnale di un cambio di paradigma nei consumi: il possesso fisico cede il passo al riuso e alla sostenibilità, proprio mentre la cultura digitale abitua a non possedere più nulla, vivendo in un regime di abbonamento perenne.

Sfide sistemiche tra bolle finanziarie e sostenibilità industriale

Il futuro non è privo di ombre. Il settore della sanità tecnologica e quello delle startup AI affrontano una selezione darwiniana necessaria per eliminare chi non genera valore reale. La disciplina finanziaria sta imponendo un ritorno all’investimento concreto, mettendo fine all’era dei progetti pilota infiniti. In Italia la sfida è particolarmente delicata. Territori storicamente innovativi come il Piemonte registrano un calo dei brevetti e delle startup, rimanendo ancorati a un modello industriale tradizionale. La vera partita del 2026 si giocherà dunque sulla capacità di integrare l’intelligenza artificiale nei distretti manifatturieri esistenti, trasformando la “vecchia” industria in un ecosistema digitale avanzato. La soluzione, come suggeriscono gli esperti, non risiede nei sussidi a pioggia, ma in una politica industriale che metta al centro l’istruzione e l’alfabetizzazione digitale, uniche armi per navigare l’imminente “singolarità tecnologica”.

AGENDA21GLI APPUNTAMENTI DEL MESE DA NON PERDERE

A&T AUTOMATION & TESTING 2026
Automazione, qualità e innovazione per l’industria del futuro

11–13 febbraio 2026 – OVAL, Torino

Dall’11 al 13 febbraio 2026, Torino ospita una nuova edizione di A&T Automation & Testing, l’evento di riferimento dedicato alle tecnologie per l’automazione industriale, il controllo qualità e il testing. Un appuntamento che riunisce imprese manifatturiere, integratori di sistemi, fornitori di tecnologia e professionisti dell’industria per confrontarsi sulle soluzioni che stanno trasformando i processi produttivi.

A&T 2026 mette al centro i temi dell’industria avanzata, con un focus su automazione, digitalizzazione, robotica, intelligenza artificiale applicata ai processi, metrologia e test industriale. L’area espositiva accoglie aziende e player tecnologici che presentano soluzioni concrete per migliorare efficienza, affidabilità e qualità lungo tutta la catena del valore industriale.

Accanto all’esposizione, l’evento propone un programma articolato di contenuti tecnici e formativi, con convegni, workshop e tavole rotonde dedicate alle principali sfide del manifatturiero: dall’integrazione dei sistemi di automazione alla gestione dei dati di produzione, fino ai nuovi approcci al controllo qualità in ottica Industry 4.0 e 5.0.

Un ruolo centrale è riservato anche all’innovazione applicata, con spazi dedicati alle tecnologie emergenti e alle soluzioni sviluppate da startup e centri di ricerca, favorendo il dialogo tra competenze ingegneristiche, ricerca e mercato. Un ecosistema pensato per stimolare nuove collaborazioni e accelerare il trasferimento tecnologico verso l’industria.

In un contesto in cui le imprese sono chiamate a coniugare competitività, qualità e resilienza, A&T Automation & Testing 2026 si conferma come un luogo di confronto strategico e operativo, dove le tecnologie per l’automazione e il testing diventano leve fondamentali per l’evoluzione dell’industria manifatturiera.



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CONVEGNO FABRE 2026
Ricerca, innovazione e gestione delle infrastrutture esistenti

16–19 febbraio 2026 – Auditorium della Tecnica, Roma

Dal 16 al 19 febbraio 2026, Roma ospita il III Convegno FABRE, appuntamento di riferimento per il mondo della ricerca, dell’ingegneria e della gestione delle infrastrutture esistenti, con un focus specifico su ponti, viadotti e gallerie. L’evento riunisce ricercatori, professionisti, gestori, imprese e istituzioni impegnati nella sicurezza e nella resilienza del patrimonio infrastrutturale.

Il Convegno FABRE 2026 si inserisce nel solco delle Linee Guida nazionali per la classificazione e gestione del rischio, la valutazione della sicurezza e il monitoraggio delle infrastrutture esistenti, proponendosi come luogo di sintesi tra approccio scientifico e applicazione operativa. Al centro del confronto vi è una visione evoluta della gestione infrastrutturale, basata su una logica di rischio, che considera le interazioni tra opera, territorio e contesto ambientale.

Il programma affronta in modo articolato i temi legati alla conoscenza, ispezione e monitoraggio delle opere esistenti, includendo diagnostica avanzata, prove distruttive e non distruttive, analisi sperimentali statiche e dinamiche, valutazione del danno e della vita residua. In questo quadro, la tecnologia e la digitalizzazione assumono un ruolo centrale: monitoraggio strumentale, modelli di analisi avanzati, utilizzo dei dati, intelligenza artificiale, BIM e sistemi di supporto alle decisioni diventano strumenti chiave per una gestione più consapevole e predittiva delle infrastrutture.

Il Convegno si distingue anche per la sua dimensione di confronto interdisciplinare, favorendo il dialogo tra mondo accademico, enti gestori, professionisti e istituzioni, a livello nazionale e internazionale. Sessioni plenarie, tavole rotonde e presentazioni scientifiche offrono una panoramica aggiornata sulle esperienze, le criticità e le prospettive future per le infrastrutture esistenti.

In un momento storico in cui la sicurezza e la resilienza delle reti infrastrutturali sono sempre più strategiche, il Convegno FABRE 2026 si conferma come un appuntamento chiave per costruire una visione condivisa e operativa del futuro di ponti, viadotti e gallerie.

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GREEN21 – EFFICIENZA, TECNOLOGIA, SOSTENIBILITÀ

Energia nel 2026: l’anno in cui la transizione smette di essere promessa e diventa infrastruttura

Il 2026 si apre come un punto di svolta per il settore energetico: dopo un decennio dominato da obiettivi di decarbonizzazione e annunci di “transizione verde”, il discorso si sposta verso un terreno più concreto e, al tempo stesso, più sfidante. L’energia smette di essere solo una promessa ambientale e diventa una questione di asset, costi e potere reali. Non è più soltanto una questione di installare nuovi megawatt di rinnovabili o di ridurre la CO₂ nel lungo periodo: nel 2026 il mercato, i capitali e le politiche si giocheranno sulla solidità delle infrastrutture, sulla loro integrazione effettiva nei sistemi economici e sulla capacità di sostenere una domanda in crescita senza compromettere stabilità e competitività.

Dalla narrazione alla disciplina degli investimenti

Negli ultimi anni i numeri sugli investimenti globali nella transizione energetica sono cresciuti in modo impressionante. Secondo l’International Energy Agency (IEA), nel 2025 la spesa nel settore elettrico – inclusi rinnovabili, reti e storage – è stata stimata intorno a 1,5 trilioni di dollari, superando gli investimenti in petrolio, gas e carbone messi insieme.

Tuttavia, secondo analisti di mercato, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui la disciplina capitalistica prende il sopravvento sull’hype della transizione. Deloitte sottolinea come gli investimenti nel settore siano ancora abbondanti, ma sempre più focalizzati su stabilità, scalabilità e rendimento economico piuttosto che su mera crescita dimensionale.

Questa tendenza si riflette nei comportamenti dei grandi fondi: aumentano gli investimenti in asset maturi e scalabili, mentre le tecnologie emergenti o dipendenti da sussidi pubblici saranno sempre più messe alla prova da requisiti di redditività reali.

Infrastrutture: il nuovo centro di gravità del sistema energetico

Il passaggio chiave che caratterizzerà il 2026 riguarda il ruolo delle infrastrutture. Dopo anni in cui l’attenzione è stata rivolta principalmente alla crescita della capacità rinnovabile, ora è la rete elettrica, il suo upgrading e l’integrazione tra sistemi energetici diversi a emergere come il vero collo di bottiglia della transizione. Secondo un’analisi di S&P Global, la modernizzazione delle reti sarà centrale per la sicurezza energetica, la competitività e la decarbonizzazione dei sistemi globali nel 2026. S&P Global

In Europa, la Commissione ha proposto un pacchetto ambizioso di 1.200 miliardi di euro per le infrastrutture energetiche, con corridoi di trasmissione e integrazione delle rinnovabili come priorità per abbattere i costi e colmare il divario con gli Stati Uniti e la Cina.

Domanda in crescita e nuove pressioni sul sistema

Il mercato energetico non è solo trasformazione dell’offerta, ma anche risposta a una domanda in aumento. L’IEA prevede che la richiesta globale di elettricità continui a salire nel 2026, con tassi tra i più alti dell’ultimo decennio, trainata da digitalizzazione, mobilità elettrica e data center.

Questa dinamica accentua la necessità di reti robuste e di soluzioni di storage e flessibilità per bilanciare variabilità delle rinnovabili e stabilità di sistema. Senza infrastrutture adeguate, la capacità installata resta sotto-utilizzata e meno redditizia, vanificando parte degli investimenti sostenuti finora.

Asset che contano davvero: non solo produzione, ma connessione

Nel nuovo scenario, non sono soltanto i gigawatt prodotti dalle rinnovabili a generare valore, ma gli asset che collegano la produzione alla domanda, includendo grid moderni, stoccaggio, data analytics energetici e sistemi di gestione intelligenti. Questo spiega anche l’interesse crescente degli investitori verso utility e infrastrutture “dure”, considerate ora non più un futuro sostenibile ma una componente strategica dell’economia reale.

Parallelamente, alcuni segmenti tradizionali restano critici: il mercato del gas europeo mostra segnali di parziale riequilibrio dopo la crisi post-2022, ma rimane strutturalmente più teso e dipendente dalle dinamiche globali del GNL e dal ruolo di infrastrutture di stoccaggio e importazione.

Innovazione non come promessa, ma come resilienza

Se nei primi anni della transizione si parlava soprattutto di quanta energia pulita si sarebbe installata, il 2026 si presenta come l’anno in cui il dibattito si sposterà su come queste infrastrutture performano, si integrano e resistono ai cambiamenti del mercato. È l’era in cui l’innovazione dovrà dimostrare di durare, non solo di esistere nei documenti strategici o nei piani di investimento.

In questo nuovo quadro, chi ha costruito basi solide – reti resilienti, modelli di business sostenibili, strumenti di gestione digitale – si troverà in vantaggio competitivo. Chi ha inseguito solo obiettivi di capacità installata rischia di ritrovarsi con asset sottoutilizzati e ritorni inferiori alle attese.

XORIHIGHLIGHTS – I NOSTRI RACCONTI DI INNOVAZIONE E CRESCITA

Xori Building Experience: il metodo integrato per governare la complessità del progetto immobiliare

Nel mercato immobiliare contemporaneo, la complessità non è più un’eccezione: è la norma. Le variabili da governare – normative, finanziarie, ambientali, tecnologiche, urbanistiche – crescono esponenzialmente, mentre gli stakeholder coinvolti aumentano e si specializzano. Il risultato è spesso una frammentazione del processo decisionale che rallenta i progetti, aumenta i rischi e riduce la capacità di creare valore nel tempo.

È in questo contesto che nasce Xori Building Experience: non un servizio, ma un approccio strutturato e integrato allo sviluppo immobiliare, che mette a sistema le competenze dei tre poli core di Xori Group, Polo Ingegneria, Polo Real Estate ed Polo Energy, per offrire una visione olistica del progetto, dalla fase di concept alla gestione operativa dell’asset.

Un modello pensato per superare la logica della somma delle parti, e sostituirla con una regia unica, capace di orchestrare competenze diverse dentro un disegno strategico coerente.

Dalla frammentazione alla governance del progetto

Nel modello tradizionale, il ciclo immobiliare è spesso suddiviso in compartimenti stagni: advisor che analizzano il mercato, progettisti che disegnano, ingegneri che risolvono problemi tecnici, consulenti energetici che intervengono a valle, property manager che entrano in gioco solo a progetto concluso. Questo approccio sequenziale genera inevitabilmente disallineamenti, inefficienze e ripensamenti costosi.

Xori Building Experience nasce per ribaltare questa logica. Il progetto non viene più visto come una sequenza di fasi scollegate, ma come un sistema unico, in cui ogni decisione iniziale ha ricadute economiche, ambientali, operative e patrimoniali sul lungo periodo.

L’integrazione tra i Poli consente di:

  • Leggere il territorio e il mercato in modo scientifico;
  • Tradurre l’analisi in concept sostenibili e finanziariamente solidi;
  • Progettare con criteri prestazionali, non solo formali;
  • Ottimizzare consumi, costi operativi e impatti ambientali;
  • Accompagnare l’asset nella sua vita utile, non solo nella sua realizzazione.

Dove nasce il progetto, come si governa, come crea valore

All’interno di Xori Building Experience, il progetto non nasce mai da un gesto formale o da un’intuizione isolata, ma da una lettura strutturata e consapevole del contesto. È qui che entra in gioco il Polo Real Estate, perché il progetto nasce prima di tutto dal territorio, dal mercato e dalle sue dinamiche. Ogni iniziativa prende forma a partire da un’analisi approfondita delle potenzialità dell’area, dei vincoli urbanistici, delle tendenze di settore, delle reali esigenze della domanda e delle opportunità di valorizzazione nel medio-lungo periodo. Questa fase non è preparatoria, ma strutturale: è ciò che consente di definire la sostenibilità economica, normativa e funzionale dell’operazione prima ancora di disegnarla.

Su questa base solida si innesta il lavoro del Polo Ingegneria, che interpreta la progettazione come un processo decisionale ad alta responsabilità. In Xori, progettare non significa semplicemente disegnare, ma prendere decisioni strategiche, valutando scenari alternativi, anticipando criticità e traducendo obiettivi complessi in soluzioni tecniche concrete. L’uso avanzato di strumenti BIM, il coordinamento tra discipline e la modellazione informativa permettono di trasformare il progetto in un vero e proprio gemello digitale, capace di simulare comportamenti, prestazioni, costi e scenari, rendendo ogni scelta misurabile, verificabile e orientata alla massima efficienza nel tempo. Questo approccio consente di integrare sin dalle prime fasi tutte le dimensioni della complessità tecnica – strutturale, impiantistica, architettonica, acustica, energetica – evitando correzioni tardive e costose.

In questa visione, la dimensione energetica non è mai un’aggiunta successiva, ma una componente strutturale del valore immobiliare: l’efficienza non è un optional, ma un vero e proprio asset. Il Polo Energy lavora in modo integrato per trasformare sostenibilità, riduzione dei consumi, autoproduzione da fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e modelli di gestione avanzata in leve strategiche capaci di incidere sui costi operativi, sulla resilienza dell’edificio e sulla sua capacità di rispondere alle normative presenti e future. Grazie a competenze che spaziano dalle diagnosi energetiche alla definizione di roadmap ESG, fino al supporto ESCo, la componente energetica diventa parte integrante della strategia immobiliare, non una voce accessoria di progetto.

È dalla convergenza di queste tre prospettive – territoriale, progettuale ed energetica – che prende forma un modello realmente olistico, in cui ogni decisione è coerente con una visione complessiva orientata al lungo periodo.

Un unico referente per progetti complessi

La vera innovazione di Xori Building Experience non è la varietà dei servizi, ma la loro ma la loro composizione in un unico modello operativo. L’integrazione profonda dei poli consente a Xori Group di proporsi come unico referente per lo sviluppo e la gestione di operazioni complesse, riducendo drasticamente la dispersione decisionale. Non si tratta di accentrare competenze, ma di mettere a sistema saperi diversi all’interno di un’unica regia tecnica e strategica.

Per fondi, investitori, sviluppatori e operatori immobiliari, questo significa avere un interlocutore capace di leggere in modo simultaneo e integrato il mercato, il territorio, il quadro normativo, l’evoluzione tecnologica e le dinamiche energetiche, trasformando questa complessità in decisioni chiare, dati verificabili e soluzioni misurabili.
Il progetto non viene solo realizzato: viene governato.

Una visione industriale dell’immobiliare

Xori è un gruppo nato dalla convinzione che il valore non si crei nel breve periodo, ma nella capacità di progettare sistemi che funzionino nel tempo, sul piano economico, ambientale e sociale. I Poli professionali non sono silos, ma parti di un unico ecosistema che lavora per obiettivi comuni.

Xori Building Experience è la formalizzazione di questa visione: un metodo che trasforma lo sviluppo immobiliare in un processo industriale avanzato, basato su dati, simulazioni, integrazione delle competenze e responsabilità condivisa.

In un mercato sempre più complesso, la vera differenza non la fa chi sa fare tutto, ma chi sa mettere tutto a sistema.

REGOLA21LE NORMATIVE E I BANDI CHE CONTANO

Direttiva (UE) 2023/1791 — L’efficienza energetica come tempo di trasformazione: verso obblighi smart, gestione dei consumi e competitività

Nel panorama normativo europeo 2026, la Direttiva (UE) 2023/1791 sull’Efficienza Energetica rappresenta uno spartiacque per imprese, pubbliche amministrazioni, energy manager e fornitori di servizi energetici. Non si tratta di un richiamo generico alla riduzione dei consumi, ma di una ridefinizione sistemica delle regole di mercato, che eleva l’efficienza energetica da principio di politica pubblica a vincolo operativo con scadenze e obblighi concreti nei prossimi anni.

Una rivoluzione culturale: “Energy Efficiency First”

Al cuore della direttiva c’è un principio destinato a cambiare i processi decisionali: l’“Energy Efficiency First”. Questo concetto non è formale ma prescrittivo: ogni scelta che riguarda energia – dagli investimenti infrastrutturali alla gestione operativa di un impianto – deve considerare prima di tutto l’efficienza, cioè il risparmio e l’uso intelligente delle risorse energetiche, prima di ricorrere a nuova generazione o importazioni energetiche.

L’approccio riconosce l’efficienza non come un mero elemento accessorio, ma come leva competitiva: ridurre consumi significa abbattere costi operativi, aumentare la resilienza agli shock di prezzo dell’energia e accrescere la sostenibilità complessiva di un’organizzazione.

Obiettivi quantificati e vincoli temporali

La nuova direttiva non lascia spazio a interpretazioni vaghe: fissando un obiettivo vincolante di riduzione dell’11,7 % dei consumi di energia finale entro il 2030, l’Unione Europea dà un orizzonte numerico chiaro alle strategie di trasformazione. Per capire la portata, significa che, complessivamente, i Paesi membri dovranno garantire che il totale dei consumi finali non superi i 763 Mtep entro la fine del decennio.

Questi target non sono meri “buoni propositi”. Rientrano nel pacchetto Fit for 55, che combina clima ed energia per accelerare la decarbonizzazione entro il 2030. L’articolazione della direttiva prevede anche obblighi intermedi di risparmio: per esempio, un incremento progressivo del tasso annuo di risparmio energetico rispetto alla media storica, portandolo dall’1,49 % verso il 1,9 % entro la fine del periodo di attuazione.

Imprese e consumi: nuove soglie e criteri di obbligo

Una delle innovazioni più rilevanti riguarda il perimetro delle imprese soggette agli obblighi. A differenza del passato, dove l’appartenenza alla categoria di “grandi imprese” o di “energivore” determinava la necessità di eseguire diagnosi energetiche, la direttiva associa questi obblighi ai reali consumi energetici.

In termini concreti, le imprese con consumi annui superiori a 10 TJ (corrispondenti a circa 2,78 GWh) dovranno effettuare audit energetici entro l’11 ottobre 2026. Questi audit non sono semplici rilevazioni statistiche: devono seguire standard riconosciuti (ad esempio UNI CEI EN 16247), fornire una fotografia reale del profilo di consumo e soprattutto tradursi in piani d’azione concreti di efficienza con stime di risparmio e tempi di attuazione.

Per le organizzazioni con consumi ancora più elevati, superiori a 85 TJ/anno (circa 23,6 GWh), la direttiva va oltre l’audit e pone l’obbligo di adottare un Sistema di Gestione dell’Energia certificato secondo la norma ISO 50001. Questo sistema strutturato di governance energetica diventa una piattaforma continua di miglioramento, integrando la diagnosi in un ciclo di monitoraggio, misurazione, analisi e miglioramento continuo. La scadenza per la piena implementazione è fissata al 11 ottobre 2027, offrendo un arco di preparazione gestionale e operativo.

Questo cambio di paradigma – da requisiti basati su soglie aziendali statiche a requisiti basati sui dati reali di consumo energetico – ha un impatto profondo soprattutto nei Paesi con tessuti produttivi composti da molte PMI che, pur non essendo “grandi” per numero di addetti, possono superare facilmente queste soglie di consumo.

Pubblica amministrazione: dalla compliance alla leadership

Non solo imprese private. La direttiva introduce anche obiettivi stringenti per la pubblica amministrazione. Tutti gli Stati membri dovranno garantire una riduzione annua del 1,9 % dei consumi energetici nel settore pubblico rispetto ai livelli di riferimento del 2021.

Questo inciso ha un effetto trainante: gli enti pubblici diventano protagonisti della transizione energetica, non solo attuatori di policy. Oltre agli obiettivi di risparmio, la direttiva estende la regola di ristrutturare annualmente almeno il 3 % della superficie degli edifici pubblici per raggiungere standard di quasi-zero emissioni o zero emissioni.

È una trasformazione intenzionale: standardizzare le performance energetiche dell’edilizia pubblica crea un mercato di riferimento e genera dati, casi concreti e opportunità di investimento che si riverberano nel settore privato.

Implicazioni pratiche e cosa fare oggi

Con l’avvicinarsi delle scadenze di ottobre 2026 e ottobre 2027, molte organizzazioni stanno già ripensando i propri processi di compliance energetica. La direttiva pretende non solo che si eseguano audit e si adottino sistemi di gestione, ma che questi siano strumenti vivi nella governance aziendale. Questo significa investire in competenze, strumenti di raccolta dati, software di monitoraggio e, spesso, in competenze interne di energy management.

Un esempio tangibile è quello dei data center con carichi informatici elevati (oltre 500 kW di IT load): questi dovranno adeguarsi a requisiti specifici di trasparenza delle prestazioni energetiche e di recupero di energia residua, fattore cruciale in un settore dove ogni punto percentuale di efficienza si traduce in milioni di euro di costi operativi annui.

Questo non è un obbligo lontano

Se da un lato alcune misure della direttiva sono già incorporate negli ordinamenti nazionali, dall’altro lato diversi Paesi – Italia incluso – hanno superato la scadenza di recepimento fissata per l’11 ottobre 2025, generando un gap normativo interno che dovrà essere colmato nei prossimi mesi.

Per stakeholder, progettisti e decision maker, il messaggio è chiaro: questa direttiva non è un orizzonte remoto, ma un framework operativo destinato a modellare le politiche energetiche fino al 2030. Saper leggere e anticipare i suoi obblighi significa trasformare la compliance in competitività industriale, ottimizzazione gestionale e vantaggio competitivo.

FOCUS ESG –GOVERNANCE, AMBIENTE E SOCIETA’ AL CENTRO DEL CAMBIAMENTO

Perché parlare di Scope 3 oggi

Nel dibattito sulla transizione climatica, l’attenzione si è a lungo concentrata sulle emissioni direttamente controllabili dalle imprese. Oggi, però, il baricentro si è spostato. Sempre più spesso, la parte più rilevante dell’impatto ambientale di un’azienda non risiede nei propri stabilimenti o nei consumi energetici diretti, ma lungo la catena del valore: fornitori, logistica, utilizzo dei prodotti, fine vita, investimenti. È qui che entra in gioco lo Scope 3, l’ambito più esteso, complesso e strategico della contabilità delle emissioni.

Scope 3: il cuore della catena del valore aziendale

Le emissioni di Gas a Effetto Serra (GHG) vengono classificate, secondo lo standard internazionale del GHG Protocol, in tre grandi ambiti: Scope 1, Scope 2 e Scope 3. Una distinzione che non è solo contabile, ma strategica, perché racconta dove e come un’azienda genera il proprio impatto climatico.

  • Scope 1 – Emissioni dirette: derivano da fonti di proprietà o sotto il controllo diretto dell’azienda, come la combustione nei veicoli aziendali o nelle caldaie.
  • Scope 2 – Emissioni indirette da energia acquistata: sono legate alla produzione dell’energia consumata dall’azienda (elettricità, vapore, riscaldamento o raffreddamento).
  • Scope 3 – Altre emissioni indirette: comprendono tutte le emissioni generate lungo l’intera catena del valore, a monte e a valle delle attività aziendali, provenienti da fonti non possedute né controllate direttamente dall’impresa.

È proprio lo Scope 3 a rappresentare, nella maggior parte dei casi, la quota più rilevante dell’impronta carbonica complessiva. Per un’azienda manifatturiera può arrivare a pesare fino al 90% delle emissioni totali, rendendolo un ambito cruciale ma anche il più complesso da governare.

Per questo motivo, il GHG Protocol suddivide lo Scope 3 in 15 categorie, pensate per coprire in modo sistematico tutte le emissioni indirette lungo la catena del valore.

Emissioni a monte (Upstream)

Riguardano le attività che avvengono prima che beni e servizi entrino nella sfera operativa dell’azienda:

  1. Beni e servizi acquistati: emissioni legate alla produzione di materie prime, beni intermedi e servizi.
  2. Beni capitali: emissioni associate alla produzione di asset durevoli come macchinari, edifici e attrezzature.
  3. Attività legate a combustibili ed energia (non incluse negli Scope 1 e 2): estrazione, produzione e trasporto dei vettori energetici acquistati.
  4. Trasporto e distribuzione a monte: movimentazione di beni e servizi acquistati, effettuata da soggetti terzi.
  5. Rifiuti generati nelle operazioni: trattamento e smaltimento di rifiuti solidi e acque reflue prodotti nelle sedi aziendali.
  6. Viaggi di lavoro: spostamenti del personale per motivi professionali (aerei, treni, auto, ecc.).
  7. Pendolarismo dei dipendenti: emissioni legate agli spostamenti casa-lavoro.
  8. Asset in leasing a monte: utilizzo di beni presi in leasing dall’azienda, se non già inclusi negli Scope 1 o 2.

Emissioni a valle (Downstream)

Si riferiscono alle attività che avvengono dopo che i prodotti hanno lasciato il controllo diretto dell’azienda:

  1. Trasporto e distribuzione a valle: logistica dei prodotti venduti verso i clienti, se gestita da terzi.
  2. Lavorazione dei prodotti venduti: ulteriori trasformazioni effettuate da soggetti esterni.
  3. Uso dei prodotti venduti: emissioni generate durante la fase di utilizzo da parte del cliente finale.
  4. Fine vita dei prodotti venduti: smaltimento, trattamento o riciclo a fine ciclo di vita.
  5. Asset in leasing a valle: beni di proprietà dell’azienda concessi in leasing a terzi.
  6. Franchise: emissioni generate dalle attività in franchising.
  7. Investimenti: emissioni associate a partecipazioni finanziarie, azioni e titoli.

La sfida della misurazione

Lo Scope 3 è, per definizione, l’ambito più difficile da misurare e controllare. La visibilità sulle attività di fornitori, clienti e partner è limitata, e la raccolta dei dati risente spesso di incompletezza, disomogeneità e necessità di ricorrere a stime e fattori di emissione medi.

Eppure, proprio per queste ragioni, la misurazione dello Scope 3 rappresenta oggi una best practice imprescindibile. Senza una lettura completa della catena del valore, il rischio è quello di sottostimare in modo significativo l’impatto climatico reale dell’impresa e di perdere opportunità concrete di riduzione delle emissioni e di competitività nel medio-lungo periodo.

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