AMPLIFICHIAMO IDEE, VALORIZZIAMO CONNESSIONI.
REGOLA21 – LE NORMATIVE E I BANDI CHE CONTANO
Credito d’imposta per imprese energivore: cosa cambia davvero con la Legge di Bilancio 2026
In un contesto in cui il costo dell’energia continua a incidere in modo significativo sulla competitività delle imprese, la Legge di Bilancio 2026 introduce una misura mirata, pensata per sostenere una delle categorie più esposte: le imprese energivore e gasivore.
Con la Legge n. 199/2025 viene infatti previsto un credito d’imposta dedicato agli investimenti in efficienza energetica realizzati nel corso del 2025, costruito sulla scia del Piano Transizione 5.0 ma con un’impostazione più snella e operativa. Non si tratta solo di un incentivo economico, ma di uno strumento che prova a tenere insieme due esigenze sempre più centrali: ridurre i costi energetici e migliorare in modo strutturale l’efficienza dei processi produttivi.
L’accesso all’agevolazione è però circoscritto. Il beneficio si rivolge esclusivamente alle imprese che, per il 2025, risultano iscritte agli elenchi della CSEA, ovvero le imprese energivore (per l’energia elettrica) e le imprese gasivore (per il gas naturale). A questo si aggiungono i requisiti formali ormai consolidati, come la regolarità contributiva (DURC) e l’assenza di condizioni di difficoltà finanziaria. Una selezione che riflette una logica precisa: concentrare le risorse su quelle realtà dove il peso dell’energia è più rilevante e dove gli interventi possono generare il maggiore impatto.
Non basta investire: il nodo del risparmio energetico
Il vero elemento distintivo della misura è la logica con cui viene riconosciuto il credito. Non è sufficiente effettuare un investimento: è necessario dimostrare un risparmio energetico concreto e certificato.
Gli interventi agevolabili riguardano i beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, rientranti nel paradigma 4.0, ma l’accesso al beneficio è subordinato al raggiungimento di soglie precise:
- riduzione dei consumi della struttura produttiva ≥ 3%, oppure
- riduzione dei consumi dei processi interessati ≥ 5%
Questo passaggio segna un cambio di prospettiva importante: l’incentivo premia l’efficacia dell’investimento, non solo la spesa sostenuta.
Dal punto di vista economico, la struttura ricalca quella del Piano Transizione 5.0. Per investimenti fino a 10 milioni di euro, il credito può arrivare fino al 45% della spesa, mentre per importi superiori (fino a 50 milioni) le aliquote si riducono, collocandosi tra il 5% e il 15%.
Ma la vera semplificazione riguarda un altro aspetto: per queste imprese non è richiesto il rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm). Si tratta di una novità rilevante, perché elimina uno dei principali elementi di complessità burocratica delle misure europee, rendendo il meccanismo più rapido, più semplice e concretamente accessibile.
Un’opportunità concreta, ma con risorse limitate
Accanto agli elementi di interesse, emerge però anche un limite strutturale: la dotazione finanziaria. La misura dispone infatti di un plafond complessivo pari a 10 milioni di euro per il 2026, una cifra contenuta rispetto al potenziale numero di imprese interessate.
Questo significa che, in caso di richieste superiori alle risorse disponibili, il credito potrebbe essere ripartito proporzionalmente, riducendo l’effettivo beneficio per ciascuna impresa. Un elemento che rende fondamentale la tempestività nella pianificazione degli investimenti.
Dal punto di vista operativo, il credito è utilizzabile esclusivamente in compensazione tramite modello F24, mentre sul tema della cumulabilità la norma è chiara: non è cumulabile con altre agevolazioni sugli stessi costi. Una condizione che impone alle imprese una valutazione strategica più ampia, per individuare lo strumento più conveniente.
Nel complesso, la misura si configura come un intervento mirato, che da un lato risponde all’urgenza di contenere i costi energetici, dall’altro spinge verso un cambiamento più profondo. Per le imprese energivore, infatti, il tema non è più soltanto quanto costa l’energia, ma quanto efficientemente viene utilizzata.
Ed è proprio in questo passaggio che il credito d’imposta assume un valore più ampio: non solo incentivo fiscale, ma leva concreta per trasformare un costo critico in un fattore di competitività.
FOCUS ESG – GOVERNANCE, AMBIENTE E SOCIETA’ AL CENTRO DEL CAMBIAMENTO
Report di sostenibilità: da obbligo formale a leva strategica
Il report di sostenibilità ha smesso da tempo di essere un esercizio di comunicazione per trasformarsi in qualcosa di molto più concreto: uno specchio di come un’impresa interpreta il proprio ruolo nel mondo.
Oggi il valore di un’azienda non si misura più soltanto attraverso i risultati economici. Sempre più spesso, investitori, istituzioni e mercato chiedono di capire come quei risultati vengono generati, con quali impatti e con quale visione di lungo periodo. In questo scenario, il report di sostenibilità non è una semplice raccolta di dati, ma diventa uno strumento strategico per leggere rischi, opportunità e capacità di adattamento.
Al centro di questo cambiamento c’è l’approccio ESG. La dimensione ambientale guarda a elementi sempre più concreti — emissioni, consumi energetici, gestione delle risorse — che incidono direttamente sulla sostenibilità operativa dell’impresa. Quella sociale porta l’attenzione su temi come sicurezza, inclusione, relazioni con il territorio, mentre la governance entra nel merito della qualità delle decisioni, della trasparenza e dei meccanismi di controllo.
Insieme, questi fattori costruiscono un livello di lettura che i bilanci tradizionali non riescono a restituire: quello dei rischi “invisibili”, legati a cambiamenti normativi, reputazionali o ambientali, che possono incidere in modo significativo sulla continuità aziendale.
Standard e trasparenza: verso un linguaggio comune
Se fino a pochi anni fa la rendicontazione di sostenibilità soffriva di una forte frammentazione, oggi il quadro sta cambiando rapidamente. L’introduzione degli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) segna un passaggio decisivo: per la prima volta, le imprese europee sono chiamate a utilizzare criteri omogenei e confrontabili, riducendo il margine di interpretazione e aumentando la qualità delle informazioni.
Accanto agli ESRS restano i GRI (Global Reporting Initiative), che continuano a rappresentare il riferimento più diffuso a livello internazionale. Il risultato è un sistema sempre più strutturato, che permette agli stakeholder di leggere i dati in modo coerente e alle imprese di posizionarsi con maggiore chiarezza sul mercato.
Un passaggio importante riguarda anche le PMI. Con lo standard VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard), la rendicontazione diventa accessibile anche alle realtà non quotate, con un approccio proporzionato ma tecnicamente solido. Non è un dettaglio: sempre più spesso, infatti, banche, clienti e partner richiedono informazioni ESG come condizione per accedere a finanziamenti o entrare in filiere strutturate.
Non solo rendicontazione: una guida per il futuro
Ridurre il report di sostenibilità a un adempimento significa perdere il punto. Il suo valore non sta nel documento in sé, ma nella capacità di attivare un processo interno.
Per un’impresa, redigere un report significa innanzitutto misurare ciò che prima non veniva misurato, prendere consapevolezza dei propri impatti e definire priorità di intervento. In questo senso, la rendicontazione diventa una vera e propria leva di miglioramento continuo, più che una fotografia statica.
Allo stesso tempo, è importante riconoscerne i limiti: le metodologie possono variare e i risultati possono essere interpretati in modo diverso. È proprio per questo che l’adozione di standard condivisi diventa centrale, per evitare che gli sforzi delle imprese vengano sottovalutati o, al contrario, sovrastimati.
In definitiva, il report di sostenibilità non è più una scelta opzionale né un esercizio di stile. È uno strumento che, se utilizzato correttamente, consente alle imprese di rafforzare la propria credibilità, migliorare l’accesso al capitale e costruire un vantaggio competitivo nel lungo periodo.
Perché oggi, più che dichiarare di essere sostenibili, la vera differenza sta nel dimostrarlo, con dati, coerenza e visione.
AGENDA21 – GLI APPUNTAMENTI DEL MESE DA NON PERDERE
SALONE DEL MOBILE: DOVE IL DESIGN INCONTRA IL FUTURO DELL’ABITARE
21-26 Aprile 2026 – Fiera Milano Rho
Dal 21 al 26 aprile, Milano torna a essere il punto di riferimento internazionale per il mondo del progetto con il Salone del Mobile, uno degli appuntamenti più attesi per designer, aziende e professionisti della filiera dell’arredo e dell’architettura.
Nato nel 1961, il Salone si è progressivamente trasformato da semplice fiera di settore a hub globale di innovazione, cultura e business, capace di anticipare le evoluzioni del modo di abitare e di lavorare. Ogni edizione riunisce centinaia di espositori e migliaia di visitatori da tutto il mondo, confermandosi come una piattaforma strategica per il confronto tra visioni progettuali, tecnologie e materiali.
Al centro dell’evento c’è, come sempre, il dialogo tra design e contemporaneità. Non si tratta solo di presentare nuovi prodotti, ma di interpretare i cambiamenti in atto: sostenibilità, digitalizzazione, flessibilità degli spazi e nuove esigenze dell’abitare diventano temi progettuali concreti, tradotti in soluzioni che guardano al futuro.
Accanto all’esposizione fieristica, il Salone si distingue anche per il suo programma culturale, fatto di installazioni, talk e momenti di confronto che coinvolgono alcune delle voci più autorevoli del panorama internazionale. Un elemento che contribuisce a rafforzare il ruolo della manifestazione come osservatorio privilegiato sulle trasformazioni del design e dell’industria creativa.
In parallelo, la città di Milano si attiva con il Fuorisalone, un palinsesto diffuso di eventi, mostre e iniziative che trasformano quartieri, showroom e spazi urbani in luoghi di sperimentazione e contaminazione. È qui che il design esce dai confini della fiera e diventa esperienza urbana, accessibile e trasversale.
Il Salone del Mobile non è quindi solo un evento di settore, ma un momento chiave per comprendere come stanno evolvendo i linguaggi del progetto e quali direzioni prenderà il mercato nei prossimi anni. Un appuntamento che continua a coniugare creatività, industria e visione, confermando Milano come capitale internazionale del design.
ARTIGIANALITÀ IN ITALIA 2026: TRADIZIONE E INNOVAZIONE AL CENTRO DEL NUOVO MADE IN ITALY
15 aprile 2026 – Palazzo degli Affari – Firenze
In un contesto economico in cui competitività e identità produttiva devono convivere, l’artigianalità italiana torna al centro del dibattito come uno degli asset più distintivi del Paese. Non più soltanto espressione di tradizione, ma leva strategica capace di dialogare con innovazione, sostenibilità e trasformazione digitale.
È su questi temi che si concentra l’evento “Artigianalità in Italia 2026”, promosso da Il Sole 24 Ore, che riunisce imprese, istituzioni ed esperti per analizzare il ruolo del saper fare italiano nell’economia contemporanea. Un’occasione di confronto che guarda al futuro, interrogandosi su come l’artigianalità possa continuare a generare valore in uno scenario globale sempre più competitivo.
L’artigianato rappresenta ancora oggi una componente fondamentale del tessuto produttivo italiano, non solo per il numero di imprese, ma per la qualità che esprime. Cura del dettaglio, capacità progettuale e personalizzazione sono elementi distintivi che trovano sempre più spazio anche nei mercati internazionali.
La sfida attuale è chiara: l’artigianalità non può più essere letta come alternativa all’innovazione, ma come parte integrante di essa. Digitalizzazione, nuove tecnologie produttive e modelli più flessibili stanno ridefinendo il modo di produrre, aprendo nuove opportunità anche per le realtà più tradizionali.
Allo stesso tempo, cresce l’attenzione verso la sostenibilità, dove l’artigianalità si dimostra particolarmente coerente grazie a filiere corte, attenzione ai materiali e qualità del prodotto.
L’evento si inserisce in questo scenario, proponendo un confronto su temi chiave come innovazione, accesso ai mercati e valorizzazione delle competenze. Non solo un momento di analisi, ma uno spazio per comprendere le traiettorie future di un settore che può giocare un ruolo decisivo nel rafforzamento del Made in Italy.
In questo equilibrio tra radici e trasformazione si gioca una delle sfide più rilevanti per il sistema produttivo
XORIHIGHLIGHTS –
I NOSTRI RACCONTI DI INNOVAZIONE E CRESCITA
L’intelligenza artificiale entra in cantiere: l’innovazione firmata MCM Ingegneria
Nel settore delle costruzioni, la sicurezza non è mai stata solo una questione normativa. È, prima di tutto, un tema operativo, che si gioca ogni giorno nella capacità di gestire processi complessi, documentazione articolata e responsabilità crescenti.
È proprio in questo contesto che l’innovazione diventa un fattore determinante. Per XORI Group, e per le società che ne fanno parte, l’innovazione non è un ambito separato, ma un approccio trasversale che guida lo sviluppo di soluzioni concrete, capaci di migliorare l’efficienza dei processi e la qualità del lavoro.
In questa direzione si inserisce il progetto sviluppato da MCM Ingegneria, che ha applicato strumenti di intelligenza artificiale al coordinamento della sicurezza nei cantieri, trasformando un’attività tradizionalmente manuale in un processo più strutturato, veloce e scalabile.
Negli ultimi anni, l’evoluzione normativa e l’aumento della complessità dei cantieri hanno reso sempre più centrale il ruolo del coordinamento della sicurezza, ma anche più oneroso dal punto di vista operativo. Verificare l’idoneità delle imprese, analizzare i Piani Operativi di Sicurezza (POS), controllare la formazione delle maestranze: attività indispensabili, ma caratterizzate da un elevato carico documentale e da operazioni ripetitive.
È proprio su questo terreno che MCM ha scelto di intervenire, sviluppando un sistema proprietario che utilizza l’intelligenza artificiale per supportare le fasi più operative del processo. Il sistema agisce su tre ambiti principali.
Il primo riguarda la verifica dei POS, attraverso schede strutturate che consentono di controllare rapidamente completezza e coerenza rispetto ai requisiti normativi. Il secondo è quello dell’idoneità tecnico-professionale delle imprese, con l’analisi automatizzata di documenti come visure camerali, DURC e dichiarazioni obbligatorie.
Il terzo ambito, particolarmente rilevante, è quello della gestione delle maestranze. Il sistema consente di elaborare automaticamente grandi volumi di attestati di formazione, generando registri aggiornati che associano a ciascun lavoratore le certificazioni richieste e le relative scadenze. Un’attività che, se svolta manualmente, richiederebbe ore di lavoro e un controllo puntuale su centinaia di documenti.
Come sottolinea l’arch. Luisella Tagna, Direttore Tecnico di MCM Ingegneria, il valore dell’innovazione risiede proprio nella sua applicabilità concreta:
“Abbiamo scelto di applicare l’intelligenza artificiale in un ambito caratterizzato da attività ripetitive, come la verifica documentale nel coordinamento della sicurezza. Questo ci permette di ridurre significativamente i tempi di analisi e di concentrare l’attenzione sugli aspetti realmente critici.”
Il sistema non sostituisce il ruolo del professionista, che mantiene sempre la responsabilità della verifica finale, ma ne potenzia l’efficacia operativa. L’analisi automatizzata consente infatti di individuare rapidamente anomalie, documenti mancanti o non conformi, rendendo il controllo più mirato e meno dispersivo.
Quello sviluppato da MCM Ingegneria rappresenta un esempio concreto dell’approccio all’innovazione promosso da XORI Group: integrare tecnologie avanzate all’interno dei processi esistenti per generare valore reale, senza perdere il controllo tecnico e la qualità delle verifiche.
In un settore in cui la sicurezza è un valore imprescindibile, innovare significa anche questo: rendere più efficienti i controlli, ridurre il margine di errore e liberare tempo per attività a maggiore valore aggiunto.
È in questa capacità di tradurre l’innovazione in soluzioni operative che si misura oggi la competitività. E MCM Ingegneria, all’interno del sistema XORI, dimostra come l’intelligenza artificiale possa diventare non solo uno strumento tecnologico, ma una leva concreta di evoluzione per l’intero settore delle costruzioni.
MARKETLENS
UNO SGUARDO ATTENTO SUI TREND CHE CONTANO
Batterie gravitazionali: la nuova partita dello storage energetico non si gioca solo in Cina
Nel racconto della transizione energetica, c’è un elemento che resta spesso in secondo piano ma che ne determina, in realtà, il successo: lo stoccaggio. Se la produzione da fonti rinnovabili continua a crescere, il vero nodo è riuscire a immagazzinare energia in modo efficiente, stabile e sostenibile, superando i limiti delle tecnologie oggi dominanti.
È in questo spazio che stanno emergendo nuove soluzioni, alcune delle quali sembrano partire da un’intuizione tanto semplice quanto potente. Le batterie gravitazionali stanno attirando un interesse crescente, con la Cina in prima linea ma non più sola in questa corsa.
Il principio alla base è essenziale: utilizzare l’energia in eccesso per sollevare masse e recuperarla quando serve sfruttando la forza di gravità. Un’idea che richiama i sistemi idroelettrici a pompaggio — ancora oggi responsabili della quasi totalità della capacità globale di accumulo — ma che viene reinterpretata in chiave moderna attraverso torri verticali, blocchi modulari e infrastrutture dedicate.
Proprio in Cina si stanno sviluppando alcuni dei progetti più avanzati. A Rudong, nella provincia del Jiangsu, è entrato in funzione il primo impianto commerciale su scala industriale basato su questa tecnologia: una struttura da 25 MW di potenza e 100 MWh di capacità, progettata per accumulare energia prodotta da fonti rinnovabili e restituirla alla rete nei momenti di maggiore domanda . Si tratta di un passaggio chiave, perché segna il superamento della fase sperimentale e l’ingresso della tecnologia in un contesto operativo reale.
Ma il fenomeno non si limita alla Cina. In Europa e negli Stati Uniti si stanno sviluppando progetti paralleli. La svizzera Energy Vault, tra i principali player del settore, ha già testato prototipi in scala ridotta e sta portando avanti installazioni anche in altri mercati. Nel Regno Unito, la startup Gravitricity sta sperimentando sistemi che sfruttano pozzi minerari dismessi per creare impianti di accumulo sotterranei, mentre in Finlandia sono allo studio soluzioni analoghe integrate nelle infrastrutture esistenti .
Quello che emerge è un ecosistema in rapido movimento, in cui la stessa idea viene declinata in modi diversi a seconda dei contesti industriali e territoriali.
Il motivo di questo interesse diffuso è legato a una serie di fattori che stanno ridisegnando il mercato dello storage. A differenza delle batterie al litio, le soluzioni gravitazionali non dipendono da materie prime critiche come cobalto o nichel, hanno una vita utile potenzialmente molto lunga e presentano un degrado limitato nel tempo. Inoltre, alcuni sistemi raggiungono livelli di efficienza superiori all’80%, rendendoli competitivi in applicazioni specifiche .
Allo stesso tempo, restano alcune criticità. Gli investimenti iniziali sono elevati e la realizzazione degli impianti richiede condizioni infrastrutturali adeguate. È per questo che, almeno nel breve periodo, queste tecnologie non sostituiranno le batterie tradizionali, ma si inseriranno in un sistema più articolato.
Ed è proprio qui che emerge il vero insight di mercato. Più che una singola innovazione, le batterie gravitazionali rappresentano il segnale di un cambiamento più profondo: lo storage energetico sta evolvendo verso un modello diversificato, in cui coesistono soluzioni differenti a seconda degli usi, delle scale e delle geografie.
In questo scenario, il caso cinese resta emblematico per velocità e dimensione degli investimenti, ma l’interesse globale dimostra che la partita è aperta. L’innovazione energetica non si gioca più soltanto sulla produzione, ma sempre più sulla capacità di gestire e distribuire energia in modo intelligente.
Per imprese e investitori, il messaggio è chiaro: il vantaggio competitivo non dipenderà solo da come si genera energia, ma da come la si conserva, la si rende disponibile e la si integra nei sistemi produttivi. Ed è in questo spazio che tecnologie apparentemente semplici, come quelle basate sulla gravità, possono trasformarsi in una delle leve più interessanti dei prossimi anni.
NEXTHORIZON – ESPLORANDO NUOVE FRONTIERE DELL’INNOVAZIONE
In collaborazione con 012factory Spa Società Benefit, incubatore certificato dal Mimit e B Corp
Innovare senza perdere l’umano
C’è un modo molto comodo, e molto superficiale, di raccontare l’innovazione: ridurla a una sequenza di strumenti più veloci, algoritmi più potenti, investimenti più abbondanti. Poi c’è un altro modo, più esigente e forse più vero: considerarla una domanda sull’essere umano. È il punto da cui riparte Giorgio Parisi nel suo nuovo libro “Le simmetrie nascoste” (Rizzoli, 2026), quando insiste sul fatto che l’intelligenza umana non coincide con la sola capacità di calcolo, ma resta inseparabile dal corpo, dalle emozioni, dall’immaginazione e perfino dalla vulnerabilità umana. In questa prospettiva, l’innovazione non è soltanto il perfezionamento della tecnica, ma una scelta di civiltà su chi governerà le macchine, con quali valori e a vantaggio di quale idea di società.
Questa chiave umanistica è preziosa perché arriva in un momento in cui la parola innovazione rischia di essere svuotata dal suo stesso successo. Oggi tutto viene definito innovativo. Ma, se tutto è innovazione, niente lo è davvero. Un libro come quello di Parisi ricorda invece che il centro non è la macchina, bensì il criterio con cui la macchina viene incorporata nella vita collettiva. La domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale diventerà più efficiente, ma se il suo apprendimento sarà guidato da fonti affidabili, da istituzioni responsabili e da una cultura pubblica capace di discernere. È qui che la conoscenza torna a essere infrastruttura civile, non semplice ornamento intellettuale.
Letta così, anche la discussione economica cambia tono. In Italia l’innovazione non si scontra solo con la retorica del ritardo, ma con una struttura materiale fatta di vincoli, prudenza fiscale e scarsità di margini. Il rallentamento italiano va letto anche alla luce di un avanzo primario tornato positivo già dal 2024, mentre altre grandi economie continuano a sostenersi con deficit pubblici molto più ampi. Il punto non è celebrare o condannare il rigore in astratto; il punto è capire che l’innovazione ha bisogno di tempo, capitale paziente, tolleranza dell’errore e capacità pubblica di accompagnare la trasformazione. Se un Paese vive perennemente in equilibrio difensivo, finisce per diventare prudente anche quando dovrebbe osare.
Eppure l’Italia non è un deserto creativo. L’European Innovation Scoreboard 2025 continua a collocarla tra i Moderate Innovators, con un indice pari al 93% della media UE, ma segnala anche punti di forza notevoli nelle innovazioni di prodotto e di processo delle PMI e negli asset intellettuali, mentre restano criticità su spesa in R&S e competenze ICT. Sul fronte del venture capital, il 2025 è stato un anno di crescita: oltre 1,6 miliardi investiti in startup italiane e più di 2,2 miliardi considerando anche founder italiani all’estero. Il problema, non sta più soltanto nella nascita delle idee, ma nella loro capacità di scalare. In altre parole: c’è la capacità di inventare, ma si fa ancora fatica a trasformare l’invenzione in potenza industriale.
Qui torna centrale il ruolo delle istituzioni, ma non nel senso novecentesco del sussidio a pioggia. Il PNRR destina circa il 27% delle sue risorse alla transizione digitale, e alcune politiche territoriali mostrano una maturazione interessante: nel Lazio, per esempio, Lazio Innova sta mobilitando circa 140 milioni di euro lungo una filiera che va dal technology transfer al pre-seed, con programmi che chiedono già una certa maturità tecnologica e accompagnano i progetti verso il mercato e gli investitori. Intanto Bruxelles prova a immaginare una cornice più semplice per far crescere le imprese innovative su scala continentale: il cosiddetto “28° regime”, sostenuto dal Parlamento europeo, punta a una forma societaria europea con registrazione digitale in 48 ore e regole armonizzate per ridurre la frammentazione del mercato unico. Anche questa è innovazione: non quella che produce l’oggetto, ma quella che crea il contesto in cui l’oggetto può diventare impresa.
Lo stesso vale per i luoghi della conoscenza. I parchi scientifici e tecnologici italiani, più di trenta secondo il report richiamato nella rassegna, stanno smettendo di essere contenitori immobiliari per diventare nodi di filiera, ponti tra università, startup, imprese e capitale. Il caso di NOI Techpark a Bolzano, con decine di aziende, startup e laboratori di prototipazione, o quello di Kilometro Rosso a Bergamo, dicono una cosa semplice: l’innovazione ha ancora bisogno di prossimità fisica, di densità relazionale, di comunità competenti. Nel tempo delle piattaforme, i luoghi non scompaiono; diventano più importanti. Perché la conoscenza circola meglio quando le persone si incontrano, si contaminano, si correggono. L’umanesimo dell’innovazione, prima ancora che nei manifesti, vive in questa capacità di costruire ecosistemi e non solo pipeline.
Vuoi iscriverti alla nostra Newsletter Echo21?