
AMPLIFICHIAMO IDEE, VALORIZZIAMO CONNESSIONI.
NEXTHORIZON – ESPLORANDO NUOVE FRONTIERE DELL’INNOVAZIONE
In collaborazione con 012factory Spa Società Benefit, incubatore certificato dal Mimit e B Corp
L'innovazione non è (solo) tecnologia ma scommessa sulla conoscenza
C’è un’immagine distorta dell’innovazione. Dinanzi a questa parola, la mente corre subito a un robot, a un algoritmo incomprensibile, a un’intelligenza artificiale. Il pensiero va a un freddo pezzo di hardware, a una linea di codice. Ma è un errore guardare il dito e non la Luna. La vera innovazione, quella che sta definendo questo secolo, non è uno strumento: è un mindset.
È un cambio di paradigma culturale, un nuovo modo di guardare il mondo. Come sottolinea Gabriella Scapicchio nel suo saggio “10 strategie per l’innovazione” (Hoepli, 2025), la tecnologia, persino la più sofisticata, è solo un fattore abilitante. Senza una cultura organizzativa e una leadership capace di orientare il cambiamento, qualsiasi strumento resta un guscio vuoto, sottoutilizzato. La vera sfida è l’integrazione tra le persone, gli strumenti digitali e un’apertura radicale alla sperimentazione, persino al fallimento.
Rivoluzione della conoscenza
La stessa intelligenza artificiale è senza dubbio il tema di questi tempi. Ed è una rivoluzione della conoscenza, sostiene Uljan Sharka, fondatore della scaleup Domyn, paragonabile per impatto alla stampa o a Internet. Eppure, contrariamente alla percezione diffusa, non è troppo tardi per partecipare. Sharka offre un’immagine mentale potente: l’IA di oggi non è una macchina volante, ma un “motore con autonomia limitata”. Il suo potenziale è ancora quasi tutto da esprimere.
Qui si annida la vera scelta strategica. Per le aziende, specialmente in settori regolamentati come banche o manifattura, non basta “affittare” l’IA dalle solite grandi corporation. Devono possederla, farla diventare la loro nuova proprietà intellettuale, parte integrante della loro identità.
L’avvertimento è netto: chi non si trasforma in una AI company è destinato a ridimensionarsi o a sparire. Il rischio, altrimenti, è quello di una “dittatura digitale”, una tecnocrazia centralizzata dove una manciata di aziende controlla tutta la conoscenza umana. L’alternativa, dice Sharka, è un sistema distribuito, un possibile “Rinascimento digitale” fondato sull’umanesimo.
L’architettura umana del cambiamento
Se l’innovazione non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene usata, allora il vero motore del successo aziendale torna a essere, prepotentemente, il capitale umano. L’era del manager tradizionale, figura rigida basata sul controllo gerarchico, è finita. Oggi, la leadership efficace è quella “trasformazionale”. Il manager di successo non è un supervisore, ma un facilitatore di crescita individuale e collettiva; una persona capace di motivare, costruire fiducia e tradurre i valori in comportamenti concreti.
Mentre l’automazione e l’IA avanzano, le competenze che diventano essenziali non sono quelle tecniche, ma le soft skill: la comunicazione, l’intelligenza emotiva, la capacità di gestire le relazioni. E, soprattutto, la capacità di creare una cultura dell’errore aperta. L’innovazione richiede coraggio, velocità e la disponibilità ad apprendere dai passi falsi. È un’attitudine, non un progetto.
Il personale fa la narrazione
Non è un caso che l’ecosistema tecnologico francese sia sempre più dominato dai cosiddetti “repeat founder”, gli imprenditori “recidivi”. A Station F, il 42% dei fondatori ha già creato altre aziende. Questi profili attirano gli investitori proprio perché hanno già fallito, hanno “digerito” l’errore e hanno imparato a muoversi più velocemente, guadagnando mesi preziosi sull’esecuzione.
Questo approccio umano diventa persino una strategia di marketing. Nell’era della trust economy, e con l’invasione di contenuti sintetici generati dall’IA, l’utenza cercano disperatamente autenticità e contatto umano. Le aziende più acute lo hanno capito e stanno trasformando il proprio personale in storyteller e micro-media credibili. Che si tratti della docuserie “Lievito Padre” della Pasticceria Martesana, che celebra i suoi maestri pasticcieri, o delle campagne di colossi come Illy ed Enel, il messaggio è lo stesso: i volti veri ispirano fiducia.
L’economia a due velocità
Questo profondo cambiamento in “come” si produce valore sta avendo un impatto sismico su “cosa” si produce e su “chi” ne beneficia. L’innovazione, purtroppo, non è un processo democratico.
Guardando all’Italia, il Rapporto 2025 del think tank “Welfare, Italia” dipinge un quadro paradossale. Vengono spese cifre enormi in welfare (il 60,4% della spesa pubblica), ma sono allocate in modo squilibrato: una valanga di risorse sulla previdenza (16% del PIL) e una miseria sull’istruzione (appena il 3,9% del PIL). Il risultato è una disoccupazione giovanile cronica, una bassa occupazione femminile e una costante “fuga di laureati”.
Il rapporto Censis-Confcooperative la chiama “emorragia silenziosa”. Ogni anno, 36.000 laureati e laureate lasciano il Sud. Dietro ogni persona c’è un investimento formativo, pubblico e privato, di 112.000 euro. Fatti i conti, si tratta di 4,4 miliardi di euro che il Meridione investe per formare capitale umano che poi trasferisce gratuitamente al Centro-Nord o all’estero. È un colossale trasferimento di ricchezza al contrario, che lascia il Sud con un gap drammatico nelle discipline STEM (appena il 22,4% del totale nazionale) e nelle startup innovative.
Una via d’uscita
Eppure, proprio in questo panorama, l’innovazione offre una via d’uscita. È la storia di Ruralis, la startup fondata dall’irpino Nicolas Verderosa. Dopo esperienze a Milano, Madrid e New York, ha scelto di tornare a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, per digitalizzare il turismo nelle aree interne. La sua piattaforma gestisce affitti brevi in borghi con meno di 5mila abitanti, agendo come una reception digitale. Ha costruito un team con un’età media di 29 anni, per il 70% da remoto, dimostrando che “tornare non significa chiudersi”.
Questo divario non è solo italiano. Negli Stati Uniti, l’economia si muove a due velocità. Da un lato, c’è un potente “effetto ricchezza” generato dai guadagni record del mercato azionario, trainato proprio dai titoli legati all’IA. Ma questa spesa è iper-concentrata: il 20% più ricco della popolazione possiede l’87% di tutte le azioni. Così, mentre il turismo altospendente continua a comprare biglietti premium su Delta Air Lines, la clientela a basso reddito taglia le spese persino da Chipotle. Il sentiment di chi non possiede azioni, nota il Wall Street Journal, è ai minimi storici.
Gli strumenti e i rischi
L’intelligenza artificiale sta alimentando questa divisione economica, ma sta anche ponendo sfide che prima sembravano pura fantascienza. La prima è quella legata all’energia. Sam Altman, fondatore di OpenAI, identifica il vincolo più profondo alla crescita dell’IA: la necessità di produrre più elettron”. Questa fame di energia sta spingendo a delle scommesse enormi. Negli Stati Uniti, la startup Fermi, co-fondata dall’ex Segretario all’Energia Rick Perry, punta a costruire un enorme campus di data center alimentato da quattro nuovi, grandi reattori nucleari. In Germania, la scommessa è ancora più ambiziosa: la fusione nucleare, il sogno della “Sonne in Terra”, con 1,7 miliardi di euro stanziati per supportare startup che promettono reattori funzionanti entro i prossimi 10-15 anni.
L’altro grande tema è il dato. Le aziende come Conad stanno costruendo nuovi imperi “beyond trade” analizzando i big data della sua enorme clientela. Ma chi possiede questo valore? Il filosofo Maurizio Ferraris lancia una proposta radicale: un “comunismo digitale”. Non un esproprio violento di beni tangibili, ma una restituzione del valore potenziale che l’umanità produce sul web. I dati, beni intangibili e condivisibili, potrebbero essere messi a fattor comune per capitalizzare sistemi alternativi, come il finanziamento delle pensioni per le nuove generazioni.
Invece oggi quel valore viene sottratto alle persone.
La frontiera etica
Quando una persona concede l’autorizzazione alla posizione sul nostro smartphone, spesso per servizi banali come il meteo, firma un’informativa sulla privacy che probabilmente non ha letto. Permette quindi a società chiamate “data broker” di raccogliere e rivendere la sua vita. Per 3.000 dollari al mese, chiunque può acquistare gli spostamenti esatti di una persona, minuto per minuto, e associarli ai suoi dati anagrafici, sapendo se frequenta una clinica, una sede di partito o un competitor industriale. È un sistema che aggira di fatto le garanzie legali di uno Stato di diritto.
Questa capacità di manipolare la realtà è già un modello di business. Un’inchiesta ha rivelato che le piattaforme Meta sono invase da miliardi di annunci fraudolenti che usano video deepfake di chi fa politica o giornalismo per promuovere le truffe. L’azienda non solo fatica a bloccarli, ma ci guadagna attivamente, per una cifra stimata in 16 miliardi di dollari nel 2024, ignorando il 96% delle segnalazioni degli utenti.
Il pericolo sbagliato
Le narrazioni catastrofiche sull’IA che si ribella, il cosiddetto “AI doomerism” alimentato da esperimenti inquietanti come il “ricatto” simulato dal modello Claude, stanno paradossalmente avendo un effetto positivo: spingono una necessaria e urgente regolamentazione.
Ma forse, come suggerisce Sam Altman, lo sguardo è fisso sul pericolo sbagliato. La sua preoccupazione maggiore non è la “psicosi da chatbot”. È l’IA che “prende il controllo accidentalmente”, non per un’intenzione maligna, ma attraverso una semplice co-evoluzione con l’umanità, convincendo lentamente le persone di nuove verità.
E, mentre la discussione è ferma sugli algoritmi, la frontiera etica si è già spostata sull’uomo. A San Francisco, la startup Preventive, sostenuta dallo stesso Altman, sta già lavorando per modificare geneticamente gli embrioni umani. Usando la tecnica Crispr, il “taglia e incolla” del DNA, puntano a “correggere” le malattie genetiche. Ma questa pratica, attualmente vietata perché le modifiche sarebbero trasmissibili alle generazioni successive, riapre l’antico e oscuro dibattito sull’eugenetica.
La scelta finale
Partendo dal mindset, si arriva quindi alla biologia. L’innovazione mette l’essere umano di fronte alle domande fondamentali. Nel suo saggio sulle nostre origini, il divulgatore Massimo Polidoro ricorda che 900.000 anni fa l’umanità si è quasi estinta. Chi vive oggi non è quindi il frutto di un progresso lineare, ma una “contingenza temporanea”. E il successo evolutivo non è derivato dalla lotta, ma dalla collaborazione.
Forse, quindi, la vera innovazione non sarà la prossima app, il prossimo algoritmo o la fusione nucleare. Sarà la capacità di scegliere la collaborazione e non la dittatura digitale, l’umanesimo e non l’eugenetica, e di usare questa straordinaria potenza non solo per cambiare il mondo, ma per migliorare la vita su questo pianeta.
REGOLA21 – LE NORMATIVE E I BANDI CHE CONTANO
Attestato di Prestazione Energetica (APE): la nuova procedura ENEA per gli “edifici simili”
Dal 1° novembre 2025 entra in vigore un’importante evoluzione nella certificazione energetica: ENEA introduce un servizio digitale integrato per valorizzare la voce “edifici simili” all’interno dell’Attestato di Prestazione Energetica (APE). Questa novità punta a rendere la valutazione energetica degli edifici esistenti più completa, uniforme e comparabile su scala nazionale, superando anni di difficoltà operative.
Il contesto: da obbligo formale a dato comparabile
L’APE rappresenta da tempo uno degli strumenti chiave per la valutazione dell’efficienza energetica degli edifici, obbligatorio in caso di vendita, locazione, nuova costruzione o ristrutturazione importante.
Nel dettaglio, il D.M. 26 giugno 2015 (Requisiti minimi) aveva già previsto che, per gli edifici esistenti, nell’attestato venisse indicato un riferimento di prestazione energetica media per “edifici aventi le stesse caratteristiche”. Ma la mancanza di un archivio statistico nazionale aggiornato ha reso spesso quel dato non valorizzabile o affidato a stime empiriche.
Di fatto, fino ad oggi molti APE lasciavano quel campo vuoto o confidavano nell’esperienza del tecnico certificatore, con conseguente variabilità tra regioni, protocolli e software.
Con la nuova procedura ENEA, questo elemento viene finalmente sistematizzato: il dato viene estratto da un insieme statistico nazionale e reso accessibile tramite un sistema automatizzato, garantendo comparabilità e trasparenza.
Cosa cambia concretamente dal 1° novembre 2025
A partire dalla data indicata, per gli edifici esistenti il professionista incaricato della redazione dell’APE dovrà tener conto della sezione “edifici simili”, ora supportata da una API/servizio web di ENEA che consente di ottenere automaticamente il valore medio di prestazione energetica e la classe energetica prevalente degli edifici analoghi.
Il sistema si basa sull’integrazione con il portale SIAPE (Sistema Informativo Attestati di Prestazione Energetica), che raccoglie gli APE depositati a livello nazionale.
Tra i parametri che il sistema prende in considerazione vi sono: la zona climatica, la categoria d’uso (secondo DPR 412/93), la tipologia costruttiva, la superficie e il volume riscaldati, e il rapporto forma/superficie dispersa.
Il modello di APE è stato aggiornato per includere il nuovo campo dedicato agli edifici simili e anche i file XML prodotti dai software per la trasmissione regionale dovranno essere adeguati.
Negli scenari in cui i dati statistici non siano ancora sufficienti a generare un valore, il campo potrà essere semplicemente non valorizzato – garantendo così che l’assenza di dato non comprometta l’affidabilità dell’attestato.
Perché è un passaggio rilevante
Questa evoluzione non è solo tecnica: rappresenta un salto di qualità nel modo in cui si redige e interpreta l’APE. In termini pratici:
- Per il committente/proprietario: un APE che include un riferimento “edifici simili” offre maggiore trasparenza e può aumentare la fiducia nell’immobile, agevolando compravendite o locazioni.
- Per il tecnico certificatore: la disponibilità di un dato oggettivo riduce la discrezionalità nella redazione dell’attestato e comporta l’aggiornamento dei software, degli strumenti e dei processi.
- Per il mercato immobiliare e l’efficienza energetica nazionale: la standardizzazione dei dati consente aggregazioni statistiche più affidabili, benchmark più solidi e potenzialmente un miglior orientamento agli interventi di riqualificazione.
Impatti e criticità operative
Software e aggiornamento tecnico-operativo: I certificatori dovranno verificare che il software utilizzato sia già integrato con la nuova API di ENEA / SIAPE e che generi il nuovo formato di APE/ XML conforme. Alcune regioni possono già richiedere versioni aggiornate dei file XML.
Formazione e qualità dei dati: Anche se il sistema automatizza gran parte del processo, resta fondamentale che il tecnico inserisca correttamente i parametri dell’edificio (zona climatica, volume, superficie, tipologia) per ottenere un risultato attendibile. Un errore in questi dati può penalizzare il risultato.
Transizione e responsabilità: Pur non essendo ancora definite sanzioni specifiche per il mancato inserimento del dato “edifici simili”, un APE privo di questo elemento o redatto con software non aggiornato potrebbe essere valutato come meno «robusto», con effetti indiretti (ad esempio nella valutazione immobiliare o nei controlli regionali).
Livello dei dati disponibili: Il sistema dipende da un database nazionale che cresce progressivamente: è possibile che per alcune tipologie o zone non ci siano ancora dati sufficienti, con conseguente valore non valorizzato. In questi casi rimane valida la compilazione secondo modalità tradizionali.
Box di approfondimento: cosa sono gli “edifici simili”?
La normativa definisce come “edifici simili” quelli che presentano destinazione d’uso, caratteristiche costruttive, dimensioni, zona climatica e tipologia impiantistica analoghe all’edificio oggetto della certificazione.
In passato questo riferimento restava spesso teorico, in assenza di archivio statistico. Con la nuova procedura il dato diventa oggettivo, confrontabile e aggiornato in tempo reale grazie al continuo flusso di APE depositati.
Questa comparazione permette di inquadrare meglio la prestazione energetica dell’edificio oggetto rispetto al patrimonio edificato esistente, rafforzando il valore informativo dell’attestato.
Conclusione: cosa fare subito
Per gli operatori del settore — tecnici certificatori, progettisti, proprietari e amministratori immobiliari — è il momento di agire. Verifica che:
- il software di certificazione energetica utilizzato sia aggiornato e integrato con l’API di ENEA/SIAPE;
- tutti i parametri dell’edificio siano raccolti con precisione (zona climatica, superficie riscaldata, volume, tipologia di uso, rapporto S/V);
- si considerino le implicazioni dell’APE aggiornato in sede di compravendita o ristrutturazione, soprattutto alla luce del fatto che l’attestato assume un ruolo sempre più strategico nel mercato immobiliare e nell’efficienza energetica.
L’introduzione della sezione “edifici simili” nel certificato energetico non è solo un adempimento normativo: è un’opportunità per elevare la qualità della documentazione, aumentare la trasparenza e favorire decisioni più informate nel percorso di riqualificazione energetica degli edifici.
AGENDA21 – GLI APPUNTAMENTI DEL MESE DA NON PERDERE
BOLOGNA TECH WEEK 2025 – LA CAPITALE ITALIANA DELL’INNOVAZIONE TORNA A ILLUMINARSI
28 novembre – 5 dicembre 2025 – Bologna
Dal 28 novembre al 5 dicembre 2025, Bologna torna a essere uno dei poli più vivaci dell’innovazione italiana con la Bologna Tech Week, giunta alla sua terza edizione. Per otto giorni, la città si animerà con un ricco calendario di appuntamenti dedicati al futuro della tecnologia, trasformando il centro storico in un vero e proprio distretto dell’innovazione. Dopo il grande successo del 2024, che ha portato oltre 40 eventi nelle sale di Palazzo Re Enzo e in numerosi spazi urbani, anche quest’anno Search On Media Group e WMF – We Make Future, insieme a più di 50 partner, sono pronti a dare vita a un’esperienza che coinvolgerà professionisti, studenti, aziende e startup provenienti da tutta Italia.
La manifestazione offrirà un palcoscenico unico per approfondire temi centrali per il mondo tech, dalle Tecnologie Digitali all’Intelligenza Artificiale, dall’Automotive al Turismo, fino al Food Tech, in un intreccio di workshop, incontri, dimostrazioni e momenti di networking. Bologna diventa così una piattaforma aperta dove esplorare trend emergenti, condividere competenze e generare nuove opportunità di collaborazione.
La Bologna Tech Week non è soltanto un evento: è un ecosistema che cresce, un luogo dove l’innovazione è accessibile, diffusa e vissuta da tutta la città. Un appuntamento imperdibile per chi vuole scoprire cosa ci attende nel prossimo futuro e come le tecnologie stiano riscrivendo il nostro modo di vivere, lavorare e connetterci.
NEXT GENERATION MOBILITY – LA MOBILITÀ DEL FUTURO PRENDE FORMA A TORINO
9 – 10 dicembre 2025 – Sede Città Metropolitana, Torino
Next Generation Mobility 2025 torna a Torino il 9 e 10 dicembre, confermando il ruolo della città come laboratorio nazionale dell’innovazione dedicata ai trasporti. L’evento, ospitato nella sede della Città Metropolitana e sostenuto da Fondazione Piemonte Innova, Città di Torino e Città Metropolitana, riunisce istituzioni, imprese, ricercatori e mondo accademico in un confronto aperto sul futuro della mobilità sostenibile, accessibile e integrata. Il tema dell’edizione, “Una nuova cultura per una nuova mobilità”, invita a superare la visione esclusivamente tecnica per abbracciare un approccio che unisce qualità della vita, coesione sociale e trasformazione urbana. Nel corso delle due giornate si parlerà di rigenerazione degli spazi pubblici, infrastrutture verdi, governance del TPL, digitalizzazione, MaaS, elettrificazione dei trasporti e impatti della logistica urbana. In parallelo, la Sala Stemmi ospiterà la Conferenza nazionale su Urban Air Mobility e Advanced Air Mobility, mentre una sessione dedicata approfondirà guida autonoma, intelligenza artificiale e sensoristica, mostrando come i software defined vehicles stiano cambiando il panorama dei trasporti. Il secondo giorno sarà invece focalizzato sull’economia e la logistica del Nord Ovest, con un’analisi delle iniziative in corso tra Piemonte, Liguria e Lombardia, dallo shift modale alla sostenibilità delle flotte. Next Generation Mobility 2025 si conferma così un appuntamento essenziale per chi immagina e progetta la mobilità del futuro, un luogo in cui innovazione, politiche urbane e sviluppo economico si incontrano per costruire città più vivibili e connesse.
Scopri di più: https://torino.ngmobility.it
INSIDE THE X – DIETRO LE QUINTE DI XORI
PIEDMONT BEYOND BORDERS: quando il Piemonte incontra il mondo
Il Piemonte ha una delle identità enogastronomiche più forti d’Italia. Ma oggi, per trasformare questo patrimonio in valore economico e riconoscibilità internazionale, non basta più la qualità: serve una strategia. Con questo obiettivo nasce Piedmont Beyond Borders, il nuovo progetto dedicato a portare le eccellenze agroalimentari piemontesi nei mercati globali ad altissimo potenziale, a partire da Hong Kong.
Venerdì 28 novembre alle ore 9:30, la sede di XORI Group in via Maria Vittoria 18 accoglierà la presentazione ufficiale dell’iniziativa, organizzata dalla The Italian Chamber of Commerce in Hong Kong and Macao, con XORI Group come partner e host. Un appuntamento pensato per imprese, istituzioni e operatori del settore che vogliono comprendere come i mercati asiatici stiano ridefinendo le traiettorie del Made in Italy agroalimentare.
Hong Kong: una porta aperta sull’Asia (e un’opportunità per il Piemonte)
Hong Kong continua a essere una delle piazze più dinamiche per la promozione del Made in Italy. La città è un hub di accesso privilegiato non solo alla Cina continentale, ma all’intera regione Asia-Pacifico: un ecosistema cosmopolita dove ristorazione fine dining, turismo internazionale e retail di fascia alta convivono in un mercato aperto alla qualità europea.
La domanda lo conferma: Hong Kong è oggi il secondo mercato asiatico per l’import di vino italiano, mentre il consumo di formaggi europei è in costante crescita, con l’Italia al terzo posto tra gli esportatori. Una combinazione di potenzialità perfetta per le aziende piemontesi, forti di una tradizione che spazia dai grandi rossi ai formaggi d’alpeggio, fino ai prodotti tipici dei territori.
Un progetto che costruisce ponti, non vetrine
“Piedmont Beyond Borders” nasce con l’intenzione di dare alle imprese piemontesi un percorso internazionale solido, pensato per durare nel tempo. Non si tratta di una semplice iniziativa promozionale, ma di una strategia articolata che mette insieme relazioni commerciali mirate, momenti formativi e occasioni di visibilità pensate per costruire un vero dialogo con il mercato asiatico. I produttori avranno la possibilità di entrare in contatto con buyer, distributori e operatori dei settori Ho.Re.Ca. e GDO attraverso appuntamenti dedicati, mentre Masterclass e Promotional Dinner offriranno l’opportunità di raccontare i prodotti piemontesi direttamente ai professionisti e agli appassionati del food & beverage, in un contesto esperienziale guidato da chef e sommelier. Accanto a queste attività, un Pop-Up Store nel cuore di Hong Kong permetterà al pubblico locale e internazionale di scoprire e acquistare le eccellenze piemontesi in un ambiente immersivo. Il percorso troverà il suo punto culminante nella partecipazione a HOFEX 2027, la principale fiera asiatica del settore food & hospitality, che rappresenterà la piattaforma ideale per consolidare i contatti e rafforzare il posizionamento del Piemonte sul mercato asiatico.
L’obiettivo è chiaro: non limitarsi a far conoscere un territorio, ma costruirne la presenza, trasformando la qualità enogastronomica piemontese in una proposta stabile e riconoscibile a livello internazionale.
L’evento a Torino: imprese, istituzioni e visione globale
Durante l’incontro del 28 novembre, saranno presenti tre figure chiave del panorama imprenditoriale e istituzionale italiano e internazionale:
- Luca Rollino, CEO – XORI Group
- Caterina Bernardini de Pace, Segretario Generale – The Italian Chamber of Commerce in Hong Kong and Macao
- Federica Ingrosso, Senior Specialist Relazioni Esterne – SIMEST
L’appuntamento sarà un momento di confronto tra imprese e istituzioni e rappresenterà l’avvio di un percorso condiviso di internazionalizzazione e promozione del territorio piemontese.
Oltre la tradizione: un progetto che parla di futuro
“Piedmont Beyond Borders” non è soltanto un’iniziativa di promozione enogastronomica, ma un percorso che unisce territorio, imprese e cultura in una visione più ampia di crescita internazionale. È un progetto che parte dalle radici, dalla qualità e dalla storia dei prodotti piemontesi, ma guarda con decisione al futuro, alle nuove forme di collaborazione e alle opportunità che il mercato globale può offrire. Vuole raccontare il Piemonte non solo attraverso i suoi sapori, ma attraverso la sua capacità di innovare, di aprirsi a nuove relazioni e di costruire ponti con contesti lontani ma profondamente ricettivi.
In questo senso, l’evento del 28 novembre nella sede di XORI Group rappresenta molto più di una presentazione: è il primo passo di un percorso condiviso, un invito alle imprese a farsi protagoniste di un nuovo capitolo di sviluppo e di dialogo internazionale. Un’occasione per immaginare insieme come il Piemonte possa continuare a crescere, portando nel mondo la sua identità, la sua visione e il suo futuro.
Per registrarsi all’evento e per ottenere tutte le informazioni dettagliate sul progetto, è possibile visitare il link dedicato: https://xorigroup.com/piedmont

FOCUS ESG – GOVERNANCE, AMBIENTE E SOCIETA’ AL CENTRO DEL CAMBIAMENTO
Scope 2: dove si gioca la vera sfida energetica delle imprese
Quando si parla di emissioni aziendali, il GHG Protocol offre una mappa ormai riconosciuta a livello internazionale: Scope 1, Scope 2 e Scope 3. È una classificazione che permette alle organizzazioni di dare un ordine, misurare con precisione e soprattutto raccontare in modo trasparente la propria impronta carbonica. In questo sistema, lo Scope 2 occupa una posizione particolare: non è diretto come lo Scope 1, né vasto e complesso come lo Scope 3. Eppure rappresenta uno dei fronti più concreti e immediatamente trasformabili del percorso di decarbonizzazione.
Le emissioni di Scope 2 nascono dall’energia che un’azienda acquista e consuma ogni giorno: elettricità, calore, vapore o sistemi di raffrescamento forniti da terzi. Sono considerate emissioni indirette, perché la fonte emissiva non è sotto il controllo dell’organizzazione, eppure l’azienda ne è responsabile in quanto utilizzatrice finale. È proprio questa dinamica, a metà tra dipendenza esterna e responsabilità interna, a rendere lo Scope 2 un territorio strategico per chi vuole ridurre in modo concreto il proprio impatto climatico.
Misurare queste emissioni non significa però affidarsi a un unico parametro. Il GHG Protocol richiede infatti di utilizzare due prospettive complementari. La prima è quella location-based, che valuta l’intensità media delle emissioni della rete elettrica locale, fotografando ciò che accade nel contesto territoriale in cui l’energia viene prelevata. La seconda è quella market-based, che invece riflette le scelte dell’azienda sul mercato energetico: contratti di fornitura rinnovabile, garanzie d’origine, strumenti che dimostrano una volontà attiva di orientare la domanda verso fonti a basse o zero emissioni. Solo il confronto tra questi due metodi restituisce una visione completa, capace di distinguere ciò che dipende dalla rete da ciò che dipende dalle decisioni dell’organizzazione.
La riduzione dello Scope 2 è, per molte aziende, il punto di partenza più immediato. Agire sull’efficienza energetica, ad esempio, permette di ridurre il consumo complessivo: edifici più isolati, illuminazione più performante, impianti ottimizzati. Sono interventi che non richiedono rivoluzioni produttive ma che generano un beneficio misurabile sia dal punto di vista economico sia in termini di riduzione delle emissioni. Parallelamente, l’acquisto di energia da fonti rinnovabili consente in molti casi di avvicinare a zero le emissioni calcolate secondo il metodo market-based, mentre la produzione di energia in sito — come impianti fotovoltaici o eolici — riduce ulteriormente la dipendenza dalla rete e introduce un elemento di autonomia che può diventare un vantaggio competitivo nel lungo periodo.
In questo scenario, lo Scope 2 non è soltanto una categoria tecnica: è un terreno in cui la governance ESG si manifesta in modo concreto. Rendicontare correttamente, scegliere consapevolmente i fornitori energetici, investire in efficienza e rinnovabili significa posizionarsi in modo credibile nella transizione energetica globale. Significa dimostrare che la sostenibilità non è un esercizio dichiarativo, ma una strategia che passa attraverso numeri, decisioni e cambiamenti misurabili.
Per molte aziende, partire dallo Scope 2 è il modo più rapido per trasformare un impegno in un risultato. È qui che la volontà di ridurre le emissioni incontra la possibilità reale di farlo. Ed è qui che una governance attenta può iniziare a costruire un percorso di decarbonizzazione solido, trasparente e capace di generare valore.
MARKETLENS – UNO SGUARDO ATTENTO SUI TREND CHE CONTANO
L’energia che arriva dal profondo
Gli Enhanced Geothermal Systems e la nuova frontiera della geotermia
Tra le fonti rinnovabili che stanno cercando il loro posto nel mix energetico del futuro, una in particolare è tornata sotto i riflettori: la geotermia avanzata, o Enhanced Geothermal Systems (EGS).
Non è una tecnologia nuova, ma è oggi che potrebbe finalmente cambiare scala, grazie ai progressi nella perforazione profonda, nei materiali resistenti alle alte temperature e nell’intelligenza artificiale applicata al monitoraggio dei flussi termici.
Un campo dove l’innovazione scientifica incontra la logica industriale e che promette di trasformare il calore della Terra in una delle fonti più stabili e programmabili della transizione energetica.
Il principio: generare calore dove non c’è
A differenza della geotermia convenzionale, che sfrutta risorse naturali già presenti — come falde di acqua calda o vapore — i sistemi EGS “creano” la risorsa geotermica.
Tramite perforazioni profonde, spesso tra i 3 e i 7 chilometri, vengono iniettati fluidi che fratturano il basamento roccioso e generano un circuito artificiale in cui il calore del sottosuolo riscalda l’acqua, poi riportata in superficie per produrre energia.
È un approccio che amplia enormemente le aree potenzialmente idonee: non più solo regioni vulcaniche o ad alta anomalia termica, ma qualunque punto del pianeta dove la crosta terrestre sia sufficientemente spessa da trattenere calore.
Negli ultimi anni, start-up e consorzi di ricerca hanno sperimentato nuovi sistemi di perforazione a plasma o raggi millimetrici, capaci di ridurre drasticamente tempi e costi, uno dei principali ostacoli alla competitività della geotermia.
Uno studio pubblicato su arXiv nel 2024 ha stimato che un taglio del 60% nei costi di perforazione renderebbe l’EGS competitivo con l’eolico offshore e vicino alla parità con il solare fotovoltaico di ultima generazione.
Dal laboratorio al terreno
Nonostante le sfide tecnologiche, diversi progetti pilota stanno dimostrando la maturità crescente di questa tecnologia.
Negli Stati Uniti, Fervo Energy ha recentemente collegato alla rete il primo impianto EGS operativo su scala commerciale nel Nevada, capace di fornire energia continua a un data center alimentato da Google.
In Europa, programmi di ricerca in Islanda, Francia e Germania testano combinazioni tra geotermia profonda e stoccaggio termico stagionale, per fornire calore alle reti urbane e stabilizzare la produzione elettrica rinnovabile.
La grande forza dell’EGS è infatti la stabilità: a differenza di solare ed eolico, il calore terrestre non dipende dalle condizioni meteo o dall’ora del giorno.
Può operare 24 ore su 24 e contribuire a bilanciare i picchi di domanda energetica, fungendo da base load rinnovabile, cioè da energia pulita “di continuità”.
I limiti (e le promesse)
Restano, tuttavia, criticità da affrontare. Le perforazioni profonde richiedono tecnologie ancora costose e la creazione di fratture sotterranee può generare micro-sismicità, un tema sensibile dal punto di vista ambientale e sociale.
Ma le nuove metodologie di modellazione sismica e i controlli digitali in tempo reale stanno riducendo i rischi. Inoltre, rispetto a un impianto termoelettrico tradizionale, le emissioni indirette restano quasi nulle, mentre il consumo di suolo è minimo.
Un altro vantaggio spesso trascurato è la longevità: un impianto EGS ben progettato può funzionare per decenni con un rendimento quasi costante, rappresentando una forma di investimento infrastrutturale stabile, appetibile anche per il capitale privato orientato agli asset green a lungo termine.
L’Italia e la frontiera geotermica
L’Italia, che vanta una tradizione pionieristica nella geotermia — basti pensare a Larderello, primo sito al mondo a produrre energia geotermica nel 1904 — potrebbe avere un ruolo importante in questa nuova fase.
Il know-how accumulato nei campi della perforazione profonda, dell’ingegneria sismica e della geofisica applicata alle rinnovabili rende il nostro Paese un potenziale hub per la sperimentazione EGS nel Mediterraneo.
In Toscana e in Campania si stanno già avviando studi preliminari per valutare la fattibilità tecnica e ambientale di impianti pilota che combinano geotermia e idrogeno verde, creando sinergie tra due tecnologie chiave per la decarbonizzazione.
Un’energia antica per un futuro nuovo
Il principio è semplice: usare il calore del pianeta per alimentare la sua transizione.
Ma la vera novità sta nel modo in cui la scienza e l’industria stanno convergendo per farlo.
Gli Enhanced Geothermal Systems non sono solo una scommessa tecnologica: sono la prova che anche le fonti più “silenziose” della Terra possono tornare protagoniste, se sostenute da innovazione, investimenti e visione.
In un’epoca in cui la sicurezza energetica e la stabilità delle reti diventano fattori strategici, scavare nel sottosuolo potrebbe rivelarsi una scelta lungimirante per il futuro dell’energia.
PENSIERO21 – VISIONI TECNICHE, IDEE, INNOVAZIONE E CULTURA PER IL FUTURO
Il tessile alla prova del sistema di responsabilità estesa del produttore
A cura di Dario Casalini, Presidente di Slow Fiber
Gli impatti del settore tessile sull’ambiente e sulle comunità sociali che sono coinvolte nelle filiere produttive e nell’attività di smaltimento dei relativi rifiuti sono ormai noti: le emissioni globali della filiera tessile sono pari a tutti i trasporti aerei, ferroviari e marittimi messi insieme e ogni cittadino europeo produce in media 16 kg di rifiuti tessili all’anno, mentre un recente studio della Berlin School of Business basato sui dati di fashionchecker.org rivela che il 97% delle aziende tessili monitorate non è in grado di garantire un salario dignitoso lungo la propria filiera[1]. I volumi produttivi fanno sì che dei quasi 150 miliardi di pezzi annualmente realizzati, poco meno della metà rimanga invenduto e finisca “donato” al Sud globale e infine interrato, buttato in mare o bruciato come rifiuto.
L’introduzione da parte dell’Unione Europea della normativa sulla Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il settore tessile, che sarà recepita in Italia nella primavera 2026, rappresenta un passo importante ma non risolutivo nella lotta contro l’impatto ambientale della moda e del fast fashion. La nuova disciplina impone ai produttori – inclusi quelli che operano tramite e-commerce, anche da Paesi extra-UE – di coprire i costi di raccolta, selezione, riuso, riciclo e smaltimento dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo. Senza un ripensamento radicale dei volumi di produzione e consumo e una nuova cultura dell’acquisto e dell’uso di prodotti tessili (molta meno quantità e molta più qualità), la normativa rischia di affrontare solo gli effetti e non le cause dell’emergenza rifiuti nel settore tessile.
La gerarchia dei rifiuti definisce chiaramente che il primo obiettivo è produrne meno e a tal fine è necessario uno sforzo culturale, che oggi manca completamente nell’impianto europeo: consumare meno, consumare meglio, e allungare la vita utile dei prodotti. Di fronte alla crescita dell’ultra fast fashion che immette nel mercato europeo quasi 5 miliardi di pezzi all’anno (di cui 800.000 sono i tessili introdotti ogni giorno in Italia) di valore inferiore ai 150€, quindi sfuggenti a qualsiasi dazio e controllo di sicurezza chimica, non possiamo pensare che il riciclo – oggi ancora poco diffuso e inefficiente – sia la soluzione definitiva.
Per rendere efficace la normativa EPR, occorre costruire e rafforzare l’intera “filiera” del riuso/riciclo/smaltimento, aumentando i tassi di raccolta differenziata e l’efficienza dei processi e delle tecnologie di riciclo meccanico e chimico, perché siamo ancora molto lontani da una loro compiuta industrializzazione (ad oggi, la fibra più riciclata è il poliestere al 12%, ma da bottiglie di PET e non da tessile, seguono la lana al 7% e il poliammide al 2-3%, mentre tutte le altre fibre non superano l’1%) e oggi il paradosso è che i materiali e i prodotti riciclati sono più costosi e di minore qualità rispetto ai corrispondenti vergini, come dimostrano il fallimento di ReNewCell e del distretto di Panipat in India che rischia di trasformarsi da hub di riciclo a immensa discarica.
È fondamentale altresì la corretta modulazione del contributo ambientale che dovrebbe tener conto della composizione dei prodotti (le fibre naturali sono assai meno impattanti come rifiuti di quelle sintetiche, il cui peso sarà l’equivalente della quantità di micro e nano-plastiche che verranno disperse nell’ambiente mentre i prodotti monomateriali sono assai più semplici da riciclare, riutilizzare e smaltire di quelli a composizione mista), della complessità di disassemblaggio del prodotto da trattare, della sicurezza chimica dei prodotti da avviare a riuso, riciclo, smaltimento (premiando la conformità a standard come il REACH europeo o il protocollo ZDHC), anche al fine di migliorare la salubrità del prodotto riciclato, evitando la circolazione (tramite riciclo) di sostanze dannose o pericolose.
Serve certamente limitare e controllare, per poi vietare totalmente (anche sotto l’ipocrita maschera della donazione) l’esportazione dei rifiuti tessili verso Paesi del Sud globale che non hanno infrastrutture di riciclo e smaltimento adeguate e finiscono per bruciare o lasciare i rifiuti tessili in discarica con enormi danni per tutti (emissione di metano che è 40 volte più climalterante della CO2, percolato e inquinamento chimico delle falde, del suolo e del mare…). Ogni Paese deve assumersi la responsabilità di ciò che consuma ed eventualmente spreca.
Il tema del volume ritorna centrale: è notizia recente che molti dei punti di raccolta sono stati smantellati o non possono più proseguire nell’attività perché non riescono a gestirne la quantità crescente, trattandosi, nella maggioranza dei casi, di prodotti inadatti al riuso o di pessima qualità.
La responsabilità estesa ai produttori è un sistema corretto, ma deve essere informato ad alcuni principii fondamentali:
- una riduzione strutturale della produzione tessile;
- investimenti reali in ricerca e innovazione per il riciclo;
- criteri differenziati e trasparenti per parametrare i contributi ambientali dei produttori;
- un impegno europeo a non esportare rifiuti tessili all’estero, soprattutto verso i Paesi più fragili.
Il tessile non è paragonabile ad altri settori come la plastica, l’elettronica, le batterie o gli pneumatici, dove il prodotto è standardizzato anche nelle tecnologie di smaltimento, ma presenta invece variabili enormi: culturali, sociali, tecnico-produttive, di materiali utilizzati per cui servono regole intelligenti, non semplificazioni pericolose.
In questo percorso, un contributo fondamentale arriva da Slow Fiber un’associazione nata nel 2022 dall’incontro tra il movimento Slow Food e 16 aziende virtuose della filiera tessile italiana, unite dalla volontà di applicare al tessile i valori fondanti di Slow Food – buono, sano, pulito e giusto – arricchiti dal principio di durabilità.
Oggi la rete riunisce 29 imprese della moda e dell’arredamento impegnate a costruire un futuro diverso dall’attuale iperproduzione, iperconsumismo spreco, restituendo centralità al lavoro, all’ambiente e alla qualità lungo tutte le fasi del processo produttivo.
La rete diffonde consapevolezza sull’impatto del tessile e sostiene filiere locali che condividono trasparenza, sostenibilità e responsabilità sociale, aperta a collaborare con altre organizzazioni ispirate ai medesimi principi e impegnate concretamente a realizzarli.
“È bello solo ciò che è anche buono, sano, pulito, giusto e durevole” www.slowfiber.it

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